Dopo Kafka sulla spiaggia di Murakami, mi ritrovo ancora una volta a viaggiare in Giappone senza esserci mai stata.

Questa volta lo faccio attraverso due storie molto diverse: Butter di Asako Yuzuki e Finirai all’inferno, il film che racconta la vita di Kazuko Hosoki. Un libro e un film, due donne difficili da raccontare e, soprattutto, due donne che finiscono per trasformare chi prova a raccontarle.

In Butter incontriamo Manako Kajii, una raffinata cuoca gourmet accusata di aver sedotto e ucciso uomini facoltosi. In Finirai all’inferno, invece, c’è Kazuko Hosoki, per oltre vent’anni una delle indovine più popolari del Giappone, figura controversa e carismatica, capace di esercitare un’enorme influenza sul pubblico.

Sono due donne molto diverse, ma entrambe controverse, ambigue e manipolatrici. Eppure, più che loro, sono le donne che entrano nelle loro vite ad aver attirato la mia attenzione: Rika, la giornalista di Butter, e Midori, la scrittrice di Finirai all’inferno.
Entrambe si avvicinano alle protagoniste per raccontarle. Vogliono capire chi sono, da dove vengono, quali esperienze le abbiano portate a diventare ciò che sono. Ma più si avvicinano a loro, più qualcosa cambia anche dentro di sé. Quello che all’inizio sembra un tentativo di osservare e raccontare qualcun’altra finisce per diventare un modo per interrogare se stesse.
In Butter, soprattutto, il cambiamento di Rika passa attraverso il cibo e attraverso un corpo che torna a farsi sentire. Rika comincia a chiedersi che cosa le piaccia davvero, che cosa desideri, che cosa sia stata abituata a volere. E una volta che comincia a porsi queste domande, diventa difficile continuare a vivere esattamente come prima.
È qui che Butter mi ha fatto pensare a Finirai all’inferno. Manako e Kazuko, in modi molto diversi, diventano degli specchi nei quali può essere difficile riconoscersi. Avvicinarsi a loro significa mettere in discussione se stesse e il mondo nel quale si è imparato a vivere.
Forse è questo il vero viaggio delle due protagoniste: non quello verso la donna che stanno cercando di comprendere, ma quello, molto più intimo e inquietante, verso se stesse.
C’è poi un altro elemento che mi ha fatto pensare al Giappone raccontato da queste due opere: il rapporto tra tatemae e honne. Il tatemae riguarda ciò che si mostra agli altri, i comportamenti e le opinioni conformi alle aspettative sociali e necessari a preservare l’armonia, il wa. È quella parte di noi che impariamo a mostrare per muoverci all’interno della società, rispettandone regole e aspettative. L’honne, invece, appartiene alla dimensione più intima: desideri, sentimenti, pensieri e opinioni che non sempre vengono mostrati agli altri e che spesso rimangono nascosti o vengono condivisi soltanto con le persone di cui ci fidiamo davvero.

Manako rompe questa facciata in modo quasi violento. È una donna in sovrappeso, lontana dai canoni estetici tradizionali, eppure esercita un potere seduttivo immenso proprio attraverso il piacere: mangiare, desiderare, godere senza vergogna e senza sentirsi in dovere di chiedere il permesso. In Butter rivendica il diritto di occupare spazio, anche fisicamente, e di vivere il cibo non come un atto di accudimento rivolto agli altri, ma come un piacere che appartiene prima di tutto a se stessa.
Anche Kazuko Hosoki rompe, a suo modo, l’immagine della donna giapponese remissiva e silenziosa. In un mondo dominato dagli uomini e segnato dalla povertà del dopoguerra, sceglie di non accettare il ruolo che le viene assegnato. Impara a leggere le debolezze altrui e a trasformarle in uno strumento di ascesa sociale, fino a costruire un enorme impero economico e mediatico.
Sono donne che non si lasciano facilmente ricondurre a ciò che ci si aspetterebbe da loro. Ed è forse proprio qui che Manako e Kazuko, pur essendo figure profondamente diverse, si incontrano: entrambe mandano in frantumi quella “facciata di perfezione” che la società sembra richiedere alle donne. Sotto quella superficie regolata dalle aspettative sociali, entrambe fanno emergere un honne fatto di rabbia, desiderio, brama di potere e bisogno di ribellione.
E questa parte nascosta finisce per contagiare, o forse sarebbe meglio dire risvegliare, Rika e Midori. Si trovano così a fare i conti con desideri e aspetti di sé che avevano imparato a tenere sotto controllo. La presenza di Manako e Kazuko sgretola lentamente le loro difese e le costringe a guardarsi dentro, a mettere in discussione alcune certezze e, soprattutto, ad ascoltare maggiormente se stesse.
Il cambiamento di Rika coinvolge inevitabilmente anche la sua amicizia con Reiko. Quando una persona cambia, cambiano anche le relazioni che ha costruito intorno a sé. Non è sempre facile capire se sia necessario allontanarsi o se sia invece possibile trovare un modo diverso di stare insieme.
Forse si può tornare a una relazione dopo essersi guardati separatamente, dopo aver attraversato un conflitto, dopo aver scoperto qualcosa che prima non si voleva vedere. Non per ricostruire esattamente ciò che c’era prima, ma per provare a stare insieme in modo diverso.
Il finale è il punto in cui la mia impressione su Butter diventa un po’ ambivalente.
Per gran parte del libro ho avuto la sensazione che qualcosa stesse crescendo: la fame di Rika, il rapporto con Manako, la distanza da Reiko, il lavoro, il corpo, il giudizio degli altri. Tutto sembrava condurre verso una trasformazione. Arrivata alla fine, però, ho avuto la sensazione che il romanzo si appiattisse un po’.
Non tanto perché il finale non abbia un senso, quanto perché mi sarei aspettata che tutta quella tensione accumulata trovasse una conclusione più forte. Avrei forse voluto qualcosa di meno rassicurante, una tensione capace di rimanere ancora un po’ sospesa.
Ed è curioso che il film mi abbia dato una sensazione quasi opposta.

Finirai all’inferno ha un ritmo che cresce: più ci si avvicina alla fine, più la tensione aumenta. Il film mi accompagna verso la conclusione con una sensazione di movimento continuo, eppure, quando arriva la fine, non c’è una vera conclusione.
Kazuko rimane lì, nell’ultima scena, quasi sospesa. E mentre la storia finisce, lei sembra essere ancora all’inizio di qualcosa.
In Giappone non ci sono ancora stata, eppure, attraverso i libri e i film, mi sto innamorando alla follia di questo Paese.

Forse sto costruendo, passo dopo passo, il mio viaggio in Giappone. Un viaggio che, per ora, non passa ancora dagli aeroporti, dalle stazioni o dalle strade di Tokyo, ma dalle pagine dei libri e dalle immagini dei film.

E forse, quando arriverò davvero in Giappone, una parte di quel viaggio sarà già cominciata da tempo.







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