Chianti e torri medievali: un viaggio tra storia, vino e panorami toscani

Castelli, filari di vigneti, verdi colline, oliveti e strade sinuose: pochi territori possono offrire un panorama così ricco e suggestivo come quello del Chianti.

Siamo partiti presto da Siena per raggiungere un luogo di rara bellezza: la Badia a Coltibuono, un’antica abbazia fondata alla fine del X secolo dai monaci vallombrosani, studiosi attenti e sensibili. I monaci divennero presto un punto di riferimento per l’attività agricola nel Chianti, dando nuovo impulso alle coltivazioni, in particolare della vite e dell’olivo, e riprendendo il filo di pratiche già avviate nel III secolo a.C. dagli etruschi e dai romani.

Fu introdotta la coltivazione dell’abete bianco e del castagno, specie arboree ancora oggi presenti nei boschi che circondano l’abbazia. Il nome latino Badia Cultusboni, attestato nelle antiche carte, racchiude nei suoi molteplici significati l’essenza di questo luogo: la cultura della terra, dello spirito e delle cose buone. Gli ottimi vini qui prodotti erano conosciuti e apprezzati anche da Lorenzo il Magnifico.

Dopo la soppressione del monastero nel 1810, a seguito degli editti napoleonici, la tradizione vitivinicola e olivicola venne abbandonata. Nel 1846 l’antica abbazia e i relativi poderi furono acquistati dal banchiere fiorentino Michele Giuntini, antenato degli attuali proprietari. Da quell’anno Badia a Coltibuono tornò a rifiorire grazie ai numerosi interventi promossi dalla nuova proprietà. Nel 1924 l’azienda figurò tra i fondatori del primo consorzio italiano per la tutela del vino, il Consorzio del Chianti Classico. In questo luogo, dove mille anni fa i monaci svilupparono nuovi metodi di coltivazione della terra, la famiglia Stucchi Prinetti prosegue oggi la tradizione vitivinicola attraverso la pratica dell’agricoltura biologica.

Una parte del giardino è coltivata ad orto, a memoria del lavoro dei monaci, mentre l’antico refettorio è oggi un elegante salone arredato con divani, cassettoni pregiati e un pianoforte a coda. Alle pareti si conservano affreschi raffiguranti i padri del monachesimo, primo fra tutti san Benedetto. Attraverso accurati interventi di ristrutturazione, gli attuali proprietari hanno recuperato antichi affreschi a lungo ricoperti da intonaco, quasi certamente opera dei monaci, probabilmente per proteggerli dalle profanazioni dei soldati napoleonici. Un tocco di spiritualità riaffiora così da secoli lontani, a ricordare chi costruì e abitò per oltre ottocento anni quelle stanza.In un angolo della sala si trova una cassaforte del sale: una piccola anta chiusa a chiave, nella quale il sale veniva custodito gelosamente. In Toscana, infatti, il sale era una merce preziosa e rara, gravata da esose tasse, tanto da indurre i fiorentini a farne a meno nella preparazione del pane. Per questo il pane di Firenze e dei dintorni è tradizionalmente privo di sale.

E poi, sempre sotto terra, si trova la “biblioteca del vino”: un luogo affascinante, dove riposano migliaia di bottiglie coperte di polvere, adagiate su scaffali che riportano l’anno di produzione. La più antica risale al 1937; mancano però alcune annate, consumate dai nazisti durante i saccheggi della Seconda guerra mondiale.

Ci spostiamo a Panzano in Chianti, un borgo che profuma di campagna e tradizione, sospeso tra vigne e oliveti. È qui che la macelleria di Dario Cecchini ha reso celebre il paese, trasformando l’arte del macellaio in un’esperienza culturale e conviviale.

San Gimignano è una di quelle città che ti conquistano al primo sguardo: torri ovunque, stradine medievali e… un gelato che ti fa chiudere gli occhi per un istante. Finalmente il sole fa capolino tra le nuvole e possiamo goderci la città con calma. Merita una visita la Galleria Continua di Arte Contemporanea e, naturalmente, il Duomo, con i suoi splendidi affreschi e la Biblia pauperum, la “Bibbia dei poveri”.

Un tempo, la città vantava 72 torri, simbolo del potere delle famiglie più influenti, sempre in competizione tra loro. Nel 1580 erano già scese a venticinque e oggi ne restano quattordici. Passeggiare tra queste torri è come fare un tuffo nel Medioevo. La piazza del Duomo è il cuore pulsante della città, tra storia e vita quotidiana, mentre le mura medievali regalano panorami mozzafiato sulle colline toscane.

Camminando tra i vicoli, si percepisce davvero l’eco del passato: in piazza qualcuno recita le Cantiche della Divina Commedia e per un attimo sembra di tornare ai tempi di Dante. Ogni scorcio racconta storie di secoli fa, mentre il profumo delle caldarroste nell’aria invita a fermarsi, respirare e vivere il momento.

Detto questo, rispetto ad altri borghi toscani, San Gimignano appare un po’ omologata al turismo: tante botteghe simili tra loro e souvenir ovunque.

In inverno, però, la città ha un fascino più intimo: meno turisti, più calma, e la possibilità di osservare tutti i dettagli architettonici senza fretta. È un posto dove passato e presente si incontrano ad ogni passo… e dove, tra una torre e un gelato, ci si sente davvero parte della storia.

Con la visita a San Gimignano si chiude il nostro ultimo giorno in Toscana. Ci lasciamo alle spalle colline dipinte, torri medievali e vigneti secolari, portando con noi sapori, profumi, immagini indimenticabili e l’eco dei secoli.

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